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Cyberbullying, parliamone (parte 2)

Cyberbullying

CyberbullyingDopo la presentazione dei dati sottoforma di infografica che ho pubblicato ieri, è il momento di ricavarne un’analisi più approfondita per comprendere se i social network possono davvero essere la causa del fenomeno del bullismo oppure no.

Analisi dei dati

Innanzitutto, il primo dato importante: un ragazzo su sei viene bullizzato tramite Internet, ovvero il 16,7% circa.

Il fenomeno, dunque, essendo al di sotto del 20%, non può essere considerato grave. Rilevante, certo, ma non grave.

Considerando che sempre più spesso il canale preferito per la comunicazione tra i propri coetanei è quello elettronico, non c’è assolutamente da stupirsi di questi dati, visto che la maggioranza degli atti di bullismo avviene ancora offline.

Secondo dato rilevante: cyberbullismo più diffuso tra le ragazze che tra i ragazzi.

Potrà sembrare superficiale, ma penso che l’invidia sia un sentimento più acceso tra le donne piuttosto che tra gli uomini e sebbene esse si dicano più mature dell’altro sesso, è impossibile reprimere certe pulsioni che in un certo senso sono naturali. Ovviamente nessuna ragazza, salvo uno scarso grado di civilizzazione, si sognerebbe di malmenare una propria coetanea avanti alle amiche. Si può affermare che mentre il bullismo maschile è più fisico, quello femminile è un bullismo psicologico. Cosa c’è di peggio per un’adolescente del sentirsi brutta e insoddisfatta del suo corpo?

È evidente che tale tipo di bullismo è più facilmente praticabile non solo attraverso i social network, ma anche attraverso qualsiasi sistema di messaggistica online.

Leggiamo, poi, che i bianchi sono più bullizzati rispetto a neri ed ispanici. Dato che, secondo me, non è uguale a quello italiano. Tale differenza dipende ovviamente dal diverso contesto culturale.

Negli Stati Uniti, chiunque sia diverso dallo stereotipo del WASP (White, Anglo-Saxon, Protestant), viene percepito come una seria minaccia per la società, qualcuno da cui stare alla larga, insomma gente con cui non scherzare.

In Italia, invece, quelli che hanno la pelle di un colore diverso sono spesso figli di stranieri che, ciascuno per un motivo diverso, si sono trasferiti in Italia, con tutte le conseguenze giuridiche del caso. Ovviamente in un Paese in cui in un passato nemmeno tanto lontano vigevano leggi razziali, la condizione di uno straniero non può essere favorevole, cosa che si ripercuote ovviamente sui più giovani.

Conseguenze e cause

Come riportato nei dati, la conseguenza più immediata è la tendenza al suicidio, che risulta maggiore in coloro che subiscono atti di bullismo online rispetto a quelli che ne subiscono offline (dato dimostrato, fra l’altro, anche da recenti fatti di cronaca). Tale divario dipende dal fatto che sui social network il proprio disagio assume una dimensione pubblica e ci si sente attaccati ed accusati non più da una, da due o da dieci persone, ma dal mondo intero, o comunque da una quantità maggiore di persone.

Anche per questo il fenomeno del cyberbullying è in fase di espansione: sui social network si può bullizzare qualcuno presso un vasto pubblico semplicemente stando seduti dietro la propria scrivania, inoltre si riscontra una tendenza a sminuire il bullismo online proprio perché attraverso un monitor difficilmente si coglie la gravità di un’azione.

Non è possibile, tuttavia, accusare i social network di questo dilagante fenomeno, le cui cause sono imputabili ad una predisposizione dell’individuo a bullizzare i propri coetanei. I social network sono soltanto un mezzo che sta prendendo il posto dei classici metodi. Tutta la nostra vita finisce sui social, nel bene e nel male.

Possibili soluzioni

Parlare di bullismo nelle scuole serve a poco, così come serve a poco sorvegliare i social network. Tra l’altro, se uno studente commette tali atti sui social network, la scuola non può esserne responsabile.

Niente insegnamenti dall’alto, dunque. Allora come risolvere il problema?

Risposta semplice, ma di complessa realizzazione: colui che commette atti di bullismo ha sofferto egli stesso soprusi più o meno gravi, fisici o (più spesso) psicologici, durante l’infanzia. Sarebbe giusto indagare su tali situazioni ed agire di conseguenza. Compito degli insegnanti? Compito di uno psicologo? Penso che, visto che si vive in una società, il compito sia di tutti.

Bisognerebbe poi modificare il sistema di educazione civica, insegnando fin dall’infanzia non alla tolleranza, ma alla naturale accettazione dell’essere umano, in tutte le sue attitudini e sfaccettature. Tollerare vuol dire sopportare, che è ben diverso dall’accettare.

Secondo te da dove nasce il problema del cyberbullying? Come lo si potrebbe risolvere?

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Mario Palmieri

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