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Le figure retoriche più usate nel brand naming

Le figure retoriche nel brand naming

Scegliere un nome per il proprio brand non è cosa facile: oltre a fare i conti con nomi già registrati e utilizzati o nomi che sono stati registrati solo per rubarli alla concorrenza, ma non sono mai stati utilizzati e mai lo saranno (sì, succede anche questo), bisogna considerare tanti altri fattori.

È facilmente pronunciabile? È capace di comunicare al mondo cosa fa l’azienda? È possibile utilizzarlo in più lingue senza che si creino ambiguità? È un nome memorabile?

Ma soprattutto, si differenzia dagli altri?

Tutti questi elementi hanno eguale importanza, ma sono del parere che quest’ultimo costituisca l’obiettivo più difficile da raggiungere.

Per ottenere un nome che si differenzi dagli altri e che dia un’identità solida al brand, spesso bisogna ricorrere a degli artifici linguistici che danno quell’effetto in più trasformando una parola o due in qualcosa di unico: le figure retoriche.

Lo so, spesso si usano per componimenti più aulici, ma anche nel brand naming sono di grande aiuto.

Perché usare le figure retoriche per un nome

Quali benefici possono portare le figure retoriche a un nome? Perché un copywriter dovrebbe prenderne in considerazione l’utilizzo?

  • Innanzitutto perché evocano immagini nella mente del consumatore, e le immagini veicolano emozioni;
  • Perché rendono il nome facilmente memorizzabile: chi non ricorda la famosa selva oscura di Dante, pur senza mai aver letto la Divina Commedia?
  • Perché creano un’associazione forte tra nome e brand, il che rende meno probabile una perdita di identità dovuta al fenomeno della lessicalizzazione, ossia quando un nome diventa così famoso che finisce per entrare nell’uso comune per identificare una certa tipologia di prodotto, come accade per esempio con le Sottilette, che oggi indicano qualsiasi tipo di formaggio in fette sottili o con Scottex, che identifica ogni tipo di carta assorbente, oppure ancora Coca Cola, con cui si intende ogni robaccia zuccherosa liquida di colore marrone presente sullo scaffale del discount sotto casa.

Ciò non vuol dire che usare una figura retorica in un nome sia garanzia di successo, anzi, vanno usate con cura e vanno usate quelle giuste.

Le figure retoriche più popolari

Tra tutte le figure retoriche che possono essere utilizzate ce ne sono alcune più sfruttate di altre, soprattutto in alcuni settori. Tra queste troviamo:

  • L’allitterazione: l’uso della stessa consonante o addirittura la stessa sillaba in un nome costituisce quell’omofonia che rende un nome più memorabile. Esempi: Peg Perego, Babybel.
  • L’onomatopea: imitare un suono ha un effetto notevole sulla memoria, specialmente se strettamente correlato con il prodotto. Esempio: Tic Tac.
  • L’apocope: ossia il taglio di una parola, che in questo modo perde la sua parte finale creando un nome unico, ma che richiami a quella stessa idea. Esempio: Intel.
  • La metonimia: l’uso della località geografica tipica come nome costituisce un forte richiamo alla tradizione di una terra e ha un forte impatto nella mente del consumatore che collega il marchio all’eccellenza espressa dal territorio. Esempi: Chianti, Valpolicella, Piennolo.
  • Il metaplasmo: il cambiamento grafico o sonoro di una parola o parte di essa. In questo caso l’obiettivo è rendere una parola riconoscibile pur mantenendo una denominazione abbastanza usuale. Esempio: Choco Krave, Krispy Kreme.
  • La palindromia: caratteristica di quei nomi che si leggono allo stesso modo sia in un verso che nell’altro. Qui la particolarità è più sottile, ma non per questo meno recepita. Esempio: Yamamay.

Altri spunti

Ci sono tante altre figure retoriche che possono essere usate per creare un nome. Una menzione a parte e un approfondimento dedicato lo meriterebbe la metafora, per dirne una. Mi piacerebbe sapere quali figure retoriche riesci a intercettare nei nomi di marchi famosi o quali useresti per un brand naming. Magari puoi dirlo in un commento.

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