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Quando il dominio viene rapito

furto

Talvolta chi apre un sito web sceglie di acquistare il servizio redirect abbinato al dominio richiesto, che consente al registrante di acquistare lo stesso nome di dominio su tutti i TLD esistenti, che tuttavia redirigeranno l’utente sul dominio principale. Se ad esempio volessi acquistare il dominio www.mariopalmieri.it con redirect, il mio fornitore di hosting imporrebbe (ovviamente dovrò pagare qualcosa in più) che chiunque visiti i siti www.mariopalmieri.com o www.mariopalmieri.org verrà redirezionato su www.mariopalmieri.it.

Cosa succede quando il redirect non viene acquistato? Succede che chiunque potrebbe acquistare www.mariopalmieri.com, ad esempio.

È proprio a causa di questo inconveniente che si verifica un fenomeno chiamato cybersquatting.

Il cybersquatting consiste in una pratica sempre più diffusa: acquistare un dominio omonimo di una società, un ente o un’azienda per poi rivenderlo alla stessa a cifre esose per trarne profitti personali. Esistono veri e propri cacciatori di domini liberi che usano questo metodo illecito per guadagnare grazie ad Internet. Tuttavia a volte c’è chi non si limita a rivendere il dominio altrui al legittimo utilizzatore del marchio, ma in alcuni casi partono delle vere e proprie aste per accaparrarsi il dominio gemello con gli scopi più disparati (spesso phishing o altre pratiche truffaldine) e spesso il fortunato cacciatore incassa anche migliaia di dollari (il domain grabbing è diffusissimo negli USA). Accanto a queste procedure, esiste anche un altro fenomeno chiamato typosquatting, che consiste in errori di battitura volontari nel nome di dominio, ad esempio anziché www.paypal.com si potrebbe trovare www.paypa1.com. Si capisce subito che questo sistema è usato per truffe di phishing via mail o comunque scopi poco puliti.

Ma non c’è modo di proteggersi se non quello di acquistare un costoso servizio di redirect? La legge non tutela le vittime del cybersquatting?

In America esiste una legge già dal 1999: l’Anticybersquatting Consumer Protection Act, che prevede pene severe per chi usufruisce di questa pratica per arricchirsi.

E in Italia, dove con una partita IVA si possono acquistare infiniti domini, cosa accade? Visto che come al solito c’è poca chiarezza al riguardo, ho chiesto alla mia collaboratrice, l’avvocato Di Martino, che ha così risposto:

In Italia non esiste una disciplina ad hoc, tuttavia non sussiste alcun vuoto normativo, in quanto è possibile ricorrere alle leggi vigenti sul diritto al nome, chiaramente espresse nel Codice Civile, ovvero la possibilità di chiedere a coloro che utilizzano indebitamente il proprio nome la cessazione del fatto. È inoltre possibile richiedere risarcimento pecuniario per comprovati comportamenti lesivi mediante tale pratica.

Per quanto riguarda i marchi registrati è possibile agire in giudizio nelle modalità suddette anche con procedimenti d’emergenza, anche se i due nomi appartengono a domini di primo livello diversi.

Tuttavia, qualora il marchio non dovessere essere regolarmente registrato, basta disporre di una qualsiasi prova che ne attesti la reale proprietà.

Siamo quindi ben tutelati, ma bisogna sempre tenere gli occhi aperti! Voi vi siete mai trovati in situazioni del genere? Conoscete altre leggi in materia di cybersquatting?

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Mi chiamo Mario Palmieri e sono un digital copywriter. Mi occupo di scrivere testi pubblicitari e gestire blog per conto di aziende e professionisti che vogliono farsi conoscere sul web.

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